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Video - Raccontando Pian di Borno

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Raccontando Pian di Borno
Raccontando Pian di Borno
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Video
I Gheza: una famiglia borghese
tra mondo rurale e avvio industrializzazione.
Attività, case, vigne e giardini
Attraverso la testimonianza di esponenti della famiglia e di persone che hanno lavorato per i Gheza, il video ricostruisce la storia di Maffeo Gheza, nato nel 1875 e morto nel 1948 a Pian di Borno, una delle figure di maggiore spicco della storia della Valcamonica della prima metà del '900. Egli, oltre ad avere fatto restaurare a inizio '900 vari edifici a Pian di Borno (ricorrendo allo stile liberty e a quello moresco) e fatto costruire negli anni trenta la villa di Breno che è frutto di un mix di stili (tra cui quello moresco e indiano), svolse varie attività: avvocatura, imprenditoria (nel settore elettrico e in quello elettro-siderurgico), coltivazione di vigne e produzione di vino, caccia...
Al "Giardì" della contessina Rizzieri
Fino agli anni settanta del Novecento, la zona in cui ora si trova l’hotel “Due Magnolie”, che nelle mappe storiche viene designata Somplano/Pelalocco, era occupata da un edificio complesso a forma di “U” e da un grande parco tutto recintato, denominato Giardì. Al suo interno vi era un laghetto, nelle cui vicinanze sorgevano due torrette (in parte ancora esistenti), affiancate da un fitto boschetto a forma di roccolo. Un’altra torretta, attorniata da tassi che la ombreggiano costantemente, è la parte emergente di una ghiacciaia (tuttora visibile), interrata in una collinetta.
Agli inizi dell’Ottocento, questa grande tenuta – che ha cambiato in gran parte aspetto dopo la costruzione dell’hotel Due Magnolie e delle strutture sportive comunali, con l’eccezione del “parco delle torri” - apparteneva alle famiglie di Giambattista Rizzieri e di Giacomo e Giovan Maria Taboni. Attraverso la combinazione di matrimoni fra le due famiglie e tra queste con esponenti della famiglia Glazel, la proprietà venne unificata e incrementata, passando a inizio Novecento all’erede principale dei Rizzieri, Teresina, denominata Contessina, tra le persone più facoltose della Valcamonica di quei tempi.
Il marito Carlo Franzoni, grazie alla “sostanza” della moglie, divenne dirigente dello stabilimento Tassara di Breno e successivamente maggiore azionista dell’Italghisa di Bagnolo Mella. Su sua iniziativa, nel parco Giardì furono impiantati, in periodi differenti, un vasto frutteto, un allevamento di lepri e fagiani, un’azienda agricola moderna con allevamento di mucche e produzione e commercio di vino.

La coltivazione della vite a Pian di Borno nel passato
Fin dal medioevo, la zona collinare di Pian di Borno - che è ben esposta al sole, gode di un clima mitigato dall’influenza del lago e dispone di un suolo selcifero e calcareo ricco di minerali - è stata (e tuttora viene) utilizzata prevalentemente per la coltivazione della vite. Su di essa sono stati costruiti numerosi muri a secco, ricavando còle (terrazzamenti) su cui si distendevano (e si distendono tuttora) numerosi cióh (vigneti). A metà Ottocento, Pian di Borno era il paese della Valcamonica con la maggiore produzione di uva e di vino. Attraverso le testimonianze di persone anziane, vengono descritte le modalità di coltivazione che, fino a oltre la metà del Novecento, venivano usate a Pian di Borno dalle famiglie contadine, molte delle quali conducevano a mezzadria i vigneti di proprietà di ricchi possidenti. Alcuni produttori vendevano l’uva a osti di Borno e una parte del vino alle osterie del paese; altri esercitavano il cosiddetto licinhì (licenza temporanea) in un proprio locale, vendendo una parte del vino fino al suo esaurimento.

La storia dell'Ogliolo
L'Oglio e l'Ogliolo
L'acqua ai giorni nostri
Il Racconto di Natale 2018
Rappresentazione della natività di Gesù, realizzata dall'associazione Raccontando Pian di Borno il 16 dicembre 2018 nelle vie del paese.
Il Mulino di Pian di Borno
Nel passato, a Pian di Borno vi era un mulino nei pressi della cascata del torrente Davine, da cui veniva ricavato un canale per il suo funzionamento.
Agli inizi dell’Ottocento, venne costruito dai Magnoli, antica famiglia di origini nobili, il mulino situato nei pressi del camposanto, che ha funzionato fino ai primi anni settanta del Novecento, alimentato da un canale derivato dall’Ogliolo.
Federico Ghiroldi, appartenente alla famiglia dei mugnai che lo gestivano, racconta come era fatto e come funzionava (descrivendo ruota, ingranaggi, macine, soppalco) e quale era la vita che vi si svolgeva. Infatti, il mulino, oltre a servire per la macinatura del frumento e del granoturco, era meta di molte donne che venivano a lavare e sciacquare i panni su un’asse collocata su una sponda del canale che muoveva la grande ruota e, inoltre, era frequentato da ragazzi e uomini che - in un tratto dell’Ogliolo posto nelle vicinanze, molto ricco di trote, anguille e gamberi - venivano a pescare.  

Storia del convento dell'Annunciata
con descrizione dei dipinti della chiesa
La storia del Convento dell’Annunciata iniziò nella seconda metà del Quattrocento, grazie all’iniziativa di due frati terziari che vivevano da eremiti in una casa nei pressi della chiesetta di Cosma e Damiano, i quali ottennero dal papa l’autorizzazione alla costruzione di un convento. Essi si rivolsero ad Amadeo Mendes da Silva, che, grazie alla sua relazione con importanti centri di potere europeo, tra cui i duchi di Milano, con i quali stabilì un rapporto di amicizia, riuscì a garantire l’appoggio politico e finanziario per realizzare l’opera. La cupola del coro venne affrescata nel 1475 da Giovanni Pietro da Cemmo con un ciclo dedicato a Maria, che nella concezione religiosa di Amadeo rivestiva un ruolo centrale di mediazione tra Dio e l’uomo. Lo stesso pittore realizzò affreschi sulle pareti del porticato che divide il coro dalla parte restante della chiesa.
Dopo la morte di Amadeo - che si era spostato a Roma come confessore del papa Pio IV, dopo essere stato accusato da frati Osservanti di essere una spia del Ducato di Milano a scapito della Repubblica di Venezia che dominavano in Valcamonica -, i suoi seguaci (amadeiti) vennero emarginati e sostituiti nella conduzione del convento da frati Osservanti. Questi commissionarono un ciclo pittorico con al centro la figura di Cristo, che venne realizzato sulla parete posta di fronte alla navata dei fedeli.
Il video, oltre a descrivere i principali dipinti che si trovano nella chiesa, ricostruisce - sulla base di fonti scritte e orali - i principali eventi che hanno contrassegnato la storia del convento, descrive la sua struttura e racconta come viveva (e vive tuttora) la comunità di frati che lo hanno abitato e custodito nel corso dei secoli fino ad oggi.

Storia delle famiglie Gerosa e Mauri
Alla fine del Settecento, alcuni Gerosa – fra loro imparentati - si spostarono dal comasco a Lovere e a Pian di Borno. Coloro che si stabilirono a Lovere avviarono una fiorente attività di produzione e commercio di pellami, che consentì loro di acquistare beni, una parte dei quali venne utilizzata da una loro discendente (la santa Gerosa) per costruire un collegio e promuovere varie iniziative di carità. I Gerosa di Pian di Borno avviarono l’attività di osti e negozianti, riuscendo a costruire un consistente patrimonio che, con la loro estinzione, venne ereditato da un loro parente, Giambattista Mauri che, oltre ad esercitare la professione di notaio, si dedicò allo sfruttamento dei terreni in suo possesso, assegnandoli in affitto o a mezzadria a contadini.  
Storia delle famiglie Glazel e Passerini
Giorgio Glazel, originario del Tirolo austriaco, venne in Valcamonica in cerca di fortuna nella prima metà del Settecento: inizialmente si mise al servizio di Lorenzo Panzerini, potente e spregiudicato signorotto di Cedegolo, e, dopo la condanna di questi da parte del tribunale di Venezia, si mise in proprio e si sposò con la figlia di un commerciante di Breno. Stabilitisi a Pian di Borno, avviò l’attività di oste e locandiere. I figli, nel corso dell’Ottocento, si dedicarono anche alla produzione e al commercio di strumenti in ferro e allo sfruttamento delle loro vaste proprietà terriere, divenendo tra le più facoltose della Valcamonica. L’ultima discendente, Giovanna - figlia di Paolo che costruì il complesso edificio posto vicino alla chiesa di S. Vittore, adibendolo a propria abitazione e ad azienda agricola, sposò Giacomo Passerini, ricco possidente originario della Val Sabbia, che assunse anche la gestione dei numerosi beni che la moglie possedeva non solo a Pian di Borno, ma anche in una quindicina di paesi della Valle.
La famiglia Saloni dell’Annunciata e il mais nero spinoso
A fine Ottocento, un Saloni originario di Gratacasolo, sposatosi con una ragazza dell’Annunciata, si stabilì alla Rocca gestendo un mulino; successivamente, il figlio - Glisente Pacifico - acquistò dai Glazel-Passerini una casa e dei terreni nella contrada Mandulì dell’Annunciata. Come risulta dalle testimonianze dei figli di Glisente Pacifico, Emma e Rodolfo, riportate nel video e rilasciate nel 1994, la famiglia coltivava il mais nero spinoso su terrazzamenti posti sotto la loro abitazione.
Nel 2015 i nipoti, grazie all’appoggio scientifico dell’Università della Montagna di Edolo, hanno presentato questa antica qualità all’EXPO di Milano, riprendendone nel contempo la coltivazione sullo stesso posto e favorendone la diffusione anche in varie parti della Valcamonica.
Il mais nero, oltre ad essere usato per fare la polenta, viene impiegato per realizzare vari altri prodotti (pane, biscotti, torte, pasta…).

Il balaröl/balaròt (pavimento e panche di legno) nella stalla e le bòte (storie)
Le persone anziane che compaiono nel video, vissute nelle varie frazioni di Pian di Borno, raccontano come si trascorrevano le serate d’inverno nelle stalle, seduti sulle panche del balaröl o balaròt (zona riservata alle persone, formata da un pavimento di assi su cui erano fissate delle panche). Gli uomini costruivano i gioghi per le mucche, i gerli, gli zoccoli; i bambini giocavano, costruendo persone e animali con le foglie di granoturco; le donne anziane filavano la lana, aggiustavano calze e maglie e, prima di recitare il rosario, raccontavano storie, spesso di paura.
A corredo dei racconti, vengono presentate fotografie che illustrano gli ambienti a cui si fa riferimento.

Il matrimonio a Pian di Borno nel passato
Attraverso le testimonianze di varie persone anziane, fotografie e oggetti, viene ricostruito come, nella prima metà del Novecento, a Pian di Borno avveniva il fidanzamento (gli ambienti in cui generalmente i giovani facevano conoscenza, la richiesta di consenso ai genitori, i luoghi in cui potevano incontrarsi…), quali erano i preparativi in vista del matrimonio (corredo, richiesta di autorizzazione al parroco…) e come veniva scandita la giornata in cui si svolgeva lo sposalizio (cerimonia al mattino presto, colazione, viaggio in treno fino a Brescia, pranzo alla trattoria Büsa, accoglienza alla stazione e cena nella casa della sposa…). Viene inoltre raccontato come, col boom economico e con il cambiamento della società a partire dalla fine degli anni sessanta e dei primi anni settanta, la situazione sia mutata via via radicalmente.  

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